E' davvero sempre così?
L'accettazione del proprio mutamento, è davvero sempre sintomo di un evoluzione?
Quando il mutamento ti sembra portare verso un peggioramento del tuo essere sociale, è giusto accettarlo? E solo un evoluzione di cui devi ancora capire le potenzialità oppure ti ci devi opporre?
Non capisco.
Già, non capisco perché improvvisamente si possa vedere il mondo sotto una luce diversa, se noi siamo la costruzione venuta fuori dall'interazione delle storie che narrano il nostro personale passato, come possiamo accettare determinate giustificazioni fino ad un momento prima e successivamente, senza un apparente motivo, non ritenerle più valide?
Sono perfettamente cosciente del mio meteoropatismo e della mia patologica superbia, ma non mi bastano più come scusa: non accetto più la giustificazione “sarà il tempo” oppure “sono io che esagero e che vedo le cose distorte”, non mi bastano più.
Come è possibile riuscire a capire più o meno sommarriamente le abitudini e le attitudini delle persone semplicemente osservandone le interazioni con altre, arrivare addirittura ad intuirne a grandi linee la storia di vita, per poi scoprire che la maggior parte delle volte hai ragione.
Siamo davvero tutti così prevedibili, così poco interessanti? Si sta andando seriamente verso un annullamento del “sé” in favore di un più comodo “essere archetipale”?
Intendiamoci, il bisogno di appartenere ad un gruppo ed il fenomeno delle mode è sempre esistito e, grazie a Dio, sempre esisterà: dai paninari ai pariolini romani passando per i punk londinesi, tutti stanno semplicemente esprimendo una necessità di identificazione con un gruppo e tutto rientra nella normale psicologia di un animale sociale quale è l'uomo.
Questo Maslowiano “Bisogno di appartenenza” però è sempre stato un fase transitoria verso il “bisogno di stima” ed il “bisogno di affermazione di sé”, cioè la realizzazione della propria identità in quanto individuo, la vetta più alta dei bisogni della coscienza umana.
La sensazione che provo attualmente osservando molti miei, più o meno coetanei, è quella che il bisogno di appartenenza sia il punto di arrivo.
Si ha l'impressione che la realizzazione della propria individualità faccia paura, che emani un senso di triste solitudine per cui nessuno vuol più stare da solo con se stesso.
Quasi che, non riuscendo a colmare il “bisogno di sicurezza”, si salti subito al bisogno successivo “di appartenenza” e si veda questo come punto di arrivo in quanto sostituto del precedente.
Come se le persone non volendo affrontare quell'insicurezza insita nei dubbi che ognuno di noi ha, volesse cercare di annullare la propria individualità; dove il modo migliore per raggiungere questo scopo è indiscutibilmente la totale fusione col gruppo, il più delle volte con quello che viene reputato il dominante, che sia affine o meno ai nostri pensieri.
Se questi pensieri ti portano a perdere argomenti di conversazione con la maggior parte delle nuove conoscenze, se pur pensando che da chiunque ci sia da imparare qualcosa, ti trovi a ritener superflua l'attenzione di chi non reputi interessante, se tutto ciò ti porta a relazionarti solo con chi ti fa insorgere un senso di stima nei suoi confronti, peggiorando quindi i tuoi rapporti sociali con la maggioranza: tutto questo, deve essere accettato come un'evoluzione di cui ancora non hai colto le potenzialità, o ti devi opporre a questo cambiamento?
Se è vero che la debolezza invecchia nella pazzia e che la forza invecchia nella complessità; tutte queste paturnie mentali, sono un segno del fatto che stai passando al livello superiore nella scala dei bisogni, oppure è un segno di degenero pessimistico dato, all'opposto, dalla tua inadeguatezza alla soddisfazione di bisogni psicologici più elementari che gli altri invece, stanno realizzando?
Non lo so.
Ma se c'è uno psicologo in sala, è pregato di preparare un lettino.